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Altro paragone che Lewis pone in campo per spiegare più efficacemente il metodo della trasposizione e l’unità che sottende, è quello del confronto tra un disegno e la realtà rappresentata: «comprendiamo i disegni solo perché conosciamo e abitiamo nel mondo tridimensionale»[1].

Se la relazione tra parola e scrittura non è traspositiva ma meramente simbolica in quanto sussiste una discontinuità tra di esse[2], non è così per il disegno, il quale, pur essendo solamente una rappresentazione del mondo reale, lo può rappresentare proprio in quanto ne fa parte e in quanto gli appartiene[3].

A differenza del parlato o dello scritto che sono semplicemente simbolici (esprimono in un certo senso solo per convenzione) e non c’è continuità tra di essi, ciò che è rappresentato nel disegno è «un segno, ma anche qualcosa di più di un segno, ed è solo un segno proprio perché è più di un segno, perché in esso la cosa significata è in realtà in una certa misura presente»[4].

Per esemplificare ulteriormente il suo metodo della trasposizione, Lewis inventa una favola, evidentemente ispirata dalla sua conoscenza di Platone e che qui riportiamo.

«Inventiamo una favola. Immaginiamo una donna rinchiusa in una prigione sotterranea, dove dà alla luce e alleva un figlio. Il bambino cresce non vedendo altro che le pareti della prigione, la paglia per terra e un piccolo frammento di cielo attraverso l’inferriata, troppo in alto per mostrare altro che non sia il cielo. La sfortunata donna era un’artista, e quando fu imprigionata riuscì a portare con sé un blocco da disegno e una scatola di matite. Non perdendo mai la speranza di essere liberata, insegna al figlio com’è fatto quel mondo esterno che lui non ha mai visto. E lo fa perlopiù disegnandogli delle immagini. Con la matita tenta di mostrargli che aspetto abbiano i campi, i fiumi, le montagne, le città e le onde del mare. Lui è un bambino obbediente e fa del suo meglio per crederle quando gli racconta che quel mondo esterno è molto più interessante e meraviglioso di qualsiasi altra cosa vi sia nella prigione. A volte ci riesce. Nel complesso se la cava discretamente finché, un giorno, il bambino dice una cosa che fa riflettere la madre. Per un paio di minuti i due non si intendono. Alla fine la madre capisce che, in tutti quegli anni, il figlio era stato vittima di un equivoco. “Ma – dice senza fiato – non avrai creduto davvero che il mondo reale fosse pieno di linee disegnate con la matita di grafite?” “Cosa?” risponde il bambino. “Non ci sono segni di matita là fuori?” E immediatamente la sua intera idea del mondo esterno viene spazzata via. Poiché le linee, di cui immaginava fosse fatto, sono state cancellate. Non ha idea di ciò che escluderà o eliminerà le linee, di ciò di cui le linee erano una mera trasposizione: le cime ondeggianti degli alberi, la luce che danza sull’argine, le realtà colorate e tridimensionali che non sono racchiuse nelle linee ma definiscono le proprie forme in ogni momento con una delicatezza e una molteplicità che nessun disegno potrebbe mai raggiungere. Il bambino si farà l’idea che il mondo reale sia in qualche modo meno visibile dei disegni della madre. Nella realtà non ha linee perché è incomparabilmente più visibile»[5].

[1] WG, p.100.

[2] «I caratteri scritti esistono solo ed esclusivamente per l’occhio, le parole pronunciate solo ed esclusivamente per l’orecchio» (WG, p.100). Non sono l’uno la causa dell’altro.

[3] Cfr. WG, pp.101-102.

[4] WG, pp.101-102.

[5] WG, pp.108-110.

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