•  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Mi stupisce sempre più la vuotezza della retorica dei gessetti colorati e via discorrendo, perché più che essere multiculturale, come tuttavia si proclama, è sostanzialmente aculturale. Di per sé non le importa nulla della cultura degli immigrati, basta che se ne stiano buoni e non diano noie, poi possono fare tutto ciò che a loro pare meglio. Se ne stiano nei loro ghetti, abbiano le classi separate a scuola, se ne stiano fra di loro e non ci infastidiscano. Per questo li difendiamo, non per un reale interesse nei loro confronti. Siamo disposti a fare mille passi avanti verso le persone perché si possano integrare, ma è chiaro che più che integrarle ci interessa disintegrarle. Quando diciamo che non importa la cultura o la religione o il paese d’origine, in effetti non ci importa nulla davvero. Ci commuoviamo per gli immigrati e gli stranieri in quanto persone sperse nell’umanità verso cui siamo umanitari, ma non in quanto uomini. Ci interessa mangiare il cibo di un altro paese, ma la carne, le viscere e le cervella non ci importano nulla. Il nostro modo di fare la carità è essenzialmente turismo becero, perché ci interessiamo solo alla facciata, che si tratti della sofferenza, fame e fatica o del cibo, usi e costumi. La fame e la guerra sono entrate nella mentalità dell’esotico e come tali le trattiamo; sono, a loro modo, pittoresche. Ciò che si agita nel profondo abisso del cuore umano non ci interessa; la fede e le credenze non ci importano; le leggende e la cultura, quella vera,non ci toccano minimamente. In fondo abbiamo cose più serie a cui pensare, non possiamo mica perderci dietro alle storielle.

Il nostro pragmatismo ci spinge ad ignorare tutto quello che c’è di più sacro in un uomo, e di fronte a questa bestemmia crediamo che chiunque possa desiderare integrarsi? Occorre una cosa nuova, basata su un fondamento comune che non può essere il semplice sentimento di somiglianza, né il senso di colpa, né gli slogan umanitari, né il denaro. Occorre un’epica che possa essere cantata dal mondo nuovo che viene

Commenti