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Proseguendo sulla strada tracciata da King e Ketley, Lewis prova poi a immaginare di avere a che fare con degli ipotetici «Innovatori di valori»[1] o novatori, i quali pretendano realmente di recidere «la parassitica escrescenza delle emozioni, delle sanzioni religiose, e dei tabù ereditari, per dar modo a valori “reali” o “fondamentali” di emergere»[2].

Questi novatori sono uomini che hanno rinunciato alla sfera affettiva della propria umanità. Essi sono «Uomini senza Petto»[3], cioè «Uomini Cerebrali»[4].

Essi rinunciano a considerare come reale l’esistenza del nucleo di valore pre-razionale (e quindi intelligibile) insito nei sentimenti, optando per la ricerca di un altro fondamento da loro considerato come il solo reale[5].

Se questo tentativo dovesse essere seriamente preso in considerazione, che cosa ne seguirebbe? Come, per esempio, – si chiede Lewis – questi novatori giustificherebbero la morte per una buona causa avendo rescisso il cordone che li legava ai valori della morale tradizionale? Come convincere qualcuno o convincere sé stessi a dare la propria vita per qualcun altro se essi hanno ridimensionato o addirittura estirpato esperienze affettive insite nell’orgoglio, nell’onore, nella vergogna e nell’amore, e se hanno reso equivalenti (o indifferenti) dal punto di vista della razionalità e della ragionevolezza l’altruismo e l’egoismo[6]?

La semplice constatazione del dato di fatto che il dare la propria vita salverebbe quella di qualcun altro o dell’intera società, oppure la constatazione del fatto che una certa azione porterebbe alla propria morte o infine la constatazione che il rischio della propria vita risulti necessario per salvarla, non rappresentano moventi sufficienti. Se il donare la propria vita per qualcun altro o il preservare la propria vita non sono valori, la semplice constatazione non potrà mai condurre all’imperativo “devi salvare quella persona/devi salvare la società” o “non suicidarti”.

Avendo rinunciato ai valori che chiamano dispregiativamente “sentimentali” a causa del pregiudizio che essi non possano contenere alcun nucleo razionale, potranno essi forse credere di aver trovato come fondamento dei valori più razionale e realistico o primitivo l’istinto[7] o l’impulso psicologico della conservazione della società o della specie?

I novatori avrebbero fondato il fine della conservazione della società non sulla ragione ma sull’istinto, ottenendo così una parvenza di fine ultimo “trascendente” tale da guidare e regolare le azioni particolari degli uomini. Tale fine ultimo sovrasterebbe e potrebbe portare all’eliminazione delle vite dei singoli uomini qualora fossero in contrasto con il vero fine della conservazione della specie[8].

Un’etica fondata su un tale Istinto presenta però delle notevoli difficoltà teoretiche: come infatti questo Istinto può contribuire alla scoperta dei veri valori? Se è necessario obbedire all’Istinto perché esortare a seguire l’ineluttabile?

Anche se i novatori volessero intendere che l’uomo che seguisse l’Istinto sarebbe felice e soddisfatto (volendo con questo indicare l’esistenza di un innato desiderio di bene per la posterità[9]), otterrebbero ciononostante un notevole paradosso. Lewis infatti ricorda che la questione sollevata riguarda la morte per una buona causa. La morte troncherebbe qualsiasi possibile soddisfazione di aver raggiunto lo scopo rendendo a priori insoddisfacibile tale desiderio. Il tentativo di soddisfacimento dell’innato desiderio prodotto da questo Istinto equivarrebbe al supplizio di Tantalo[10]: se mai dovesse raggiungere l’obbiettivo di preservare la società, il raggiungimento di questo obbiettivo coinciderebbe con il fallimento soggettivo  del desiderio cui cerca di rispondere; non appena infatti giungesse a sfiorare l’oggetto del suo desiderio, questo comporterebbe la  scomparsa del soggetto del desiderio e conseguentemente il fallimento della sopracitata prospettiva.

I novatori quindi nemmeno riescono a sostenere che seguire l’Istinto possa rivelarsi fonte di soddisfacimento, ma, semplicemente, che è necessario seguirlo[11].

Ciò che gli Essi credevano di aver individuato come fondamento si è appena rivelato insufficiente. In forza di che cosa infatti l’uomo dovrebbe obbedire all’Istinto?

Dalla presa di coscienza del sorgere spontaneo del provare l’impulso a compiere un’azione, non è deducibile alcun principio pratico relativo alla giustezza dell’azione per la quale si avverte l’impulso ad agire. Nessun valore è deducibile a partire da una semplice constatazione di fatto. Tenendo conto oltretutto della molteplicità, della varietà e della contrarietà degli impulsi che sorgono o che possono manifestarsi nella sensibilità umana, sorge spontanea la domanda a quale criterio supremo appellarsi per decidere di obbedirne alcuni e disobbedirne altri, assecondarne alcuni e avversarne altri: infatti «ogni istinto, se gli diamo ascolto, pretende di essere gratificato a spese di tutti gli altri»[12].

La grave difficoltà teoretica consiste nella mancanza di criterio razionale e consapevole che verifichi, caso per caso, l’importanza dei nostri istinti. La razionalità e la consapevolezza di per sé stesse rendono impossibile che questo criterio possa rivelarsi a sua volta istintivo. La presenza dell’impulso infatti non necessita la sua sequela. È indispensabile la presenza di un giudizio di valore e contestuale criterio di giudizio ulteriori rispetto all’istinto e non deducibili a partire da esso. Attraverso di essi la volontà,  la scelta e la decisione cpopereranno poi alla realizzazione dell’azione in quanto posti di fronte ad un valore che attende risposta.

Un’altra difficoltà teoretica di questa impostazione prende forma nella considerazione della specie di istinto o impulso che gli innovatori hanno proposto sotto il nome di istinto per la posterità o per la conservazione della specie. Risulta quanto mai  difficile pensare che sia retaggio della nostra sensibilità e reattività un impulso tanto razionale in quanto diretto a un futuro remoto come l’istinto per la conservazione della specie. Sarebbe certamente più credibile – anche se obbiettivamente insufficiente[13] – quello che è comunemente chiamato impulso di autoconservazione o addirittura l’istinto di maternità e paternità, atto alla generazione e alla preservazione dei figli e dei figli dei propri figli[14]. Più avanti ci si spinge nell’attenzione alle generazioni future, più ci si inoltra nei «deserti della vasta futurità»[15], nella terra della pianificazione razionale[16] – futurità in sé stessa difficilmente oggetto di un concreto e reale interesse.

Mentre il desiderio o la sua forma meno razionale, la voglia, sono diretti a una realtà concreta, la preservazione della specie è una astrazione elevatissima che non può essere presente nella parte non-riflessiva della persona[17].

Se gli innovatori volessero basarsi sull’istinto dovrebbero guardare con maggior attenzione alla sostanza del vero valore insita nell’affetto e nella passione di una madre e di un padre per propri figli che nel nebuloso e oscuro pensiero per la posterità[18].

Il tao: unica sorgente di tutti i giudizi di valore

I principi fondanti la base dei giudizi di valore che gli innovatori cercano non possono essere trovati nell’istinto. Inoltre i principi che essi propongono come valori, sono presenti nel tao da tempo immemorabile[19]: dal confuciano «Tutti coloro che abitano i confini dei quattro mari sono suoi fratelli»[20], passando attraverso lo stoico Terenzio del Heautontimorumenos «Humanum nihil a me alienum puto»[21], al veterotestamentario Levitico «Amerai il prossimo tuo come te stesso»[22] e al Gesù del Vangelo di san Matteo «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»[23].

Gli innovatori hanno attaccato i valori tradizionali o sentimentali e cercato invano di difendere i valori da essi considerati i soli razionali[24].

All’interno del tao non sussiste contrapposizione tra valori razionali e valori sentimentali, ma ogni valore è sentimentale e nessun sentimento è meramente soggettivo, ma fa parte della Legge Naturale inestirpabile del cuore dell’uomo[25]. Se gli innovatori decidessero di contrapporsi realmente al tao e di porsi realmente al di fuori di esso, non potrebbero in alcun modo produrre un valore che si avvicinasse al dare la vita per la posterità poiché se il tao dovesse cadere, crollerebbero insieme con esso tutti i nuclei di valore a esso legati[26]. Lo stesso attacco al tao è possibile in forza del tao medesimo come contrapposizione di alcuni valori contro altri valori presenti nel tao stesso[27]: se i valori che gli innovatori respingono non hanno alcuna autorità, neppure ne hanno quelli che trattengono: se sono validi quelli che trattengono, allo stesso modo validi saranno anche quelli che respingono[28].

Il tao o Legge Naturale o Morale Tradizionale o  Primi Principi della Ragion Pratica o Primi Luoghi Comuni è la sola e unica fonte di tutti i giudizi di valore oltre e fuori della quale non esiste e non sorgerà mai alcun nuovo valore: «la mente umana non è in grado di inventare un nuovo valore più di quanto non sia in grado di immaginare un nuovo colore primario, o addirittura di creare un nuovo sole e un nuovo cielo nel quale farlo ruotare»[29].

Guardando la storia e il percorso della Morale Tradizionale, risulta essere un cammino incidentato, ricco di contraddizioni e di qualche assurdità che necessitano di vaglio critico. All’osservatore che esamini e vagli le contraddizioni dall’interno, balzerà all’occhio la presenza di un cammino di crescita e di sviluppo[30]. Il tao o Morale Tradizionale è sviluppabile però solo da coloro che conoscono la direzione di questo percorso. Essa è conoscibile solo dall’interno del tao stesso. Per coloro che criticano il tao dall’esterno sarà possibile unicamente la lacerazione e la divisione e la contrapposizione di alcuni valori estremizzati a discapito di altri nella distruzione della struttura di fondo: «è la rivolta dei rami contro l’albero»[31].

Di fronte alla critica e allo sviluppo dal di dentro del tao, in realtà non si contrappone la critica da fuori del tao, ma il suo totale rifiuto.

Il rifiuto della dottrina del tao, la dottrina del valore oggettivo, sola e unica fonte di tutti i giudizi di valore, è un salto che contestualmente comporta il rifiuto di ogni valore[32].

Gli “Uomini senza Petto”, una volta rifiutata la dottrina della realtà oggettiva del valore, hanno solo due possibilità quanto ai valori: la rimozione e il ridimensionamento di tutti valori o la propaganda condizionatrice (per suggestione o incantamento) di alcuni di essi a dispetto di altri senza che questi ultimi godano di alcun fondamento reale[33].


[1] AoM, p.30.

[2] AoM, p.29.

[3] AoM, p.25.

[4] AoM, p.25.

[5] Cfr. AoM, p.28.

[6] Cfr. AoM, p.31.

[7] Lewis concepisce l’istinto come impulso irriflessivo e reattivo – quindi spontaneo. Cfr. AoM, p.32.

[8] Cfr. AoM, p.33.

[9] Cfr. AoM, p.33.

[10] Re Tantalo è un personaggio della mitologia greca castigato dagli dei ad eterna fame e sete nel Tartaro per aver tentato di rubare agli dei il cibo degli dei, il nettare e l’ambrosia, che rende immortali. Fu Incatenato ad un albero carico di frutti nei pressi di una fonte d’acqua purissima. Il suo supplizio consisteva nel fatto che i frutti e l’acqua si ritraevano ad ogni suo tentativo di raggiungerli.

[11] AoM, p.34.

[12] AoM, p.35.

[13] Lewis non definirebbe la preservazione dei figli e l’amore materno come semplici istinti o impulsi irrazionali, ma descriverebbe tali impulsi come manifestazione della dimensione affettiva insita nell’uomo. Come abbiamo riportato nel primo paragrafo di questo secondo capitolo, la sfera dell’affettività umana, all’interno della quale sono comprese le emozioni, reca in sé un nucleo di valore razionale.

[14] Cfr. AoM, p.38.

[15] AoM, p.38.

[16] Cfr. AoM, p.38.

[17]  CSLEC, “On Ethics” Kindle Edition, pos. 5748.

[18] Cfr. AoM, p.38.

[19] Cfr. AoM, p.39.

[20] Chun-tzu, Confucio, XII. 5.

[21] Heautontimorumenos, v. 77.

[22] Lv 19,18.

[23] Mt. 7,12.

[24] Cfr. AoM, p.29.

[25] Cfr. AoM, p.40.

[26] Cfr. AoM, p.40.

[27] Cfr. AoM, p.40.

[28] Cfr. AoM, p.41.

[29] AoM, p.43.

[30] Cfr. AoM, p.44.

[31] AoM, p.44.

[32] Cfr. AoM, p.43.

[33] Cfr. AoM, p.52.

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