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Insieme col Figlio ci ha donato ogni bene: la sua grazia, il suo amore e il paradiso; poiché tutti questi beni sono certamente minori del Figlio: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?
Sant’Alfonso Maria De Liguori

La salvezza dell’anima, il paradiso, la grazia di Dio sono doni minori del Figlio.
A tutti gli effetti è una affermazione paradossale.
La forza di questo paradosso, come tutti i paradossi di Cristo, sta nella sua essenzialità, nella centratura fortemente cristologica, nel suo cristocentrismo.
Dire infatti che il paradiso, la grazia, la salvezza sono doni minori del Figlio, significa affermare che tutti questi doni sono da comprendere, leggere e interpretare alla luce del Figlio, come doni del Figlio, ma soprattutto come doni che si hanno nel Figlio e per il Figlio.
La salvezza, il paradiso, la grazia, l’amore di Dio sono dati in Cristo, per Cristo e con Cristo.

Raggiungere, essere giunti, essere portati in paradiso significa di fatto ricevere pienamente ed esser pienamente assimilati nel Figlio, all’intero della vita amicale, fraterna, amorevole, sponsale, pienamente comunionale di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.

Partecipare pienamente della Vita.

«Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno» (Gv 11,25s). «Io vivo e voi vivrete», dice Gesù ai suoi discepoli durante l’ultima cena (Gv 14,19), mostrando con ciò ancora una volta che per il discepolo di Gesù è caratterizzante che egli «vive» – che egli quindi, al di là del semplice esistere, ha trovato ed abbracciato la vera vita, della quale tutti sono in ricerca. In base a tali testi, i primi cristiani si sono chiamati semplicemente «i viventi» (hoi zōntes). Essi avevano trovato ciò che tutti cercano: la vita stessa, la vita piena e perciò indistruttibile.
Ma come si può giungere a ciò? La Preghiera sacerdotale dà una risposta forse sorprendente, ma nel contesto del pensiero biblico già preparata: la «vita eterna» l’uomo la trova mediante la «conoscenza» – presupponendo con ciò il concetto veterotestamentario di «conoscere», secondo cui conoscere crea comunione, è un essere tutt’uno con il conosciuto. Ma naturalmente non qualunque conoscenza è la chiave della vita, bensì il fatto «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (17,3). Questa è una specie di formula sintetica della fede, nella quale appare il contenuto essenziale della decisione di essere cristiani – la conoscenza donata a noi dalla fede. Il cristiano non crede una molteplicità di cose. Crede, in fondo, semplicemente in Dio, crede che esiste solo un unico vero Dio.
Questo Dio, però, gli si rende accessibile in Colui che Egli ha mandato, Gesù Cristo: nell’incontro con Lui avviene quella conoscenza di Dio che diventa comunione e con ciò diventa «vita». Nella formula duplicata – «Dio e colui che ha mandato» – si può sentire l’eco di ciò che ricorre molte volte soprattutto negli oracoli del Signore presenti nel Libro dell’Esodo: devono credere in «me» – in Dio – e in Mosè, il suo inviato. Dio mostra il suo volto nell’inviato – in definitiva nel Figlio suo.
«Vita eterna» è quindi un avvenimento relazionale. L’uomo non l’ha acquisita da sé, per se soltanto. Mediante la relazione con Colui che è Egli stesso la vita, anche l’uomo diventa un vivente.

Benedetto XVIGesù di Nazaret vol. **

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