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kurosawa-rashomon-01

X secolo, l’Italia, dopo lunghi periodi di difficoltà, è di nuovo in pace sotto il dominio dell’impero franco. I tempi di Carlo Magno, però, sono finiti, il periodo di espansione e consolidamento del grande impero si è concluso; l’Ostenmark continua a frenare gli attacchi dei magiari al cuore del reich, i Sassoni sono sconfitti e assoggettati, i Mori frenati dalle marche spagnole, ma il regno non è ancora sicuro. Una nuova ondata di spedizioni vichinghe preme da nord e nonostante alcune battaglie vittoriose non si arresta ed anzi, punta a stanziarsi nei territori che verranno poi denominati dai conquistatori Normandia; la pirateria saracena non si è mai arrestata e sconvolge il mare a sud; i magiari da est compiono continue scorrerie che non danno tregua di sguarniti territori dell’Italia del nord. È un periodo di terrore per la pianura padana; i contadini vivono nell’incertezza e nella paura continua di un attacco; ogni scalpitio di cavalli può significare semplicemente un gruppo di viaggiatori, ma anche un drappello di razziatori senza Dio pronti a uccidere e a rubare. Chiunque si trovi in uno spazio aperto, lontano dalle mura di una città, può rimanere ammazzato in un qualsiasi momento. Principi e imperatori, impegnati nel consolidare il loro potere dopo le complicazioni dinastiche seguite la morte di Carlo, hanno abbandonato le zone più periferiche dell’impero, nessun aiuto può arrivare da loro e dai loro eserciti. Si tratta di una situazione non dissimile da quella attuale, quanto a incertezze e paura diffusa, ma il medioevo seppe trovare una soluzione, anzi, diverse soluzioni che non vennero dalle istituzioni impotenti, ma da alcuni singoli volenterosi. Questi si fecero carico, partendo dalla difesa non disinteressata dei propri terreni,  della difesa di tutti, costruendo fortificazioni che offrissero riparo prima di tutto  alla loro gente, poi anche ai contadini dei dintorni. Questo ovviamente non avvenne solo nel nord Italia, fu anzi un fenomeno condiviso in tutta Europa, che noi chiamiamo incastellamento. In questo modo non erano soltanto più le mura della città, ma molte piccole fortificazioni che proteggevano i contadini sparsi anche a grande distanza da essa. In alcuni casi queste fortificazioni non furono opera di un singolo grande proprietario terriero, ma di tutta la comunità del villaggio, ed in questi casi li chiamiamo borghi fortificati. A noi, purtroppo non è concesso tanto; i terroristi possono colpire in qualsiasi luogo ed in qualsiasi momento, ed essendo la cosa opera di singoli, è molto complicato riuscire a fermarli e a prevenirli; il caso di Breivik, ne fu già dimostrazione. Che cosa ci resta dunque? Dietro quali mura possiamo barricarci, dietro quali certezze difenderci? L’unica cosa che ci resta è il nostro coraggio di tutti giorni, l’esser pronti a vivere e a soffrire ancora, ad avere paura e a non desistere, a non tremare oppure a tremare ma avanzare ancora, temere di morire, ma non temere la morte. Queste circostanze spaventose ci mostrano quanto siamo fragili e deboli, anche quando ci siamo abituati a sentirci sicuri e tranquilli, ma ci mostrano anche quante e quali siano le cose cui veramente teniamo, per cui vale davvero al pena di vivere e morire. Cercare conforto in atti di spavalderia com’è stato dopo Parigi, così come nelle istituzioni, ci serve a poco; al prossimo atto terribile, non saremo meno sconvolti per quanto fino ad un minuto prima ci siamo mostrati temerari e sprezzanti. Ma se esiste una ragione per cui la mattina ci alziamo ed affrontiamo le nostre fatiche quotidiane, se esiste qualcosa per cui, tramite cui, con cui ci mettiamo a viaggiare, studiare, lavorare, se esiste una ragione per vivere, allora forse questa cosa, minima all’apparenza, può anche darci il coraggio di rischiare la vita.

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