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«Nessun uomo ha veramente misurato la vastità del debito verso quel qualsiasi essere che l’ha creato e l’ha reso capace di chiamarsi qualcosa […]. Il più alto e sacro dei paradossi consiste in questo: l’uomo che è realmente cosciente di non poter pagare il suo debito, lo pagherà eternamente. Restituirà in continuazione ciò che non può restituire e che non si può sperare che restituisca. Farà di tutto per colmare l’abisso senza fondo della sua riconoscenza».
G.K. Chesterton

Il dono dell’aver ricevuto la propria esistenza, il dono dell’essere creato è impagabile. Il dono dell’esistenza dell’altra persona, il fatto che l’altra persona sia e sia di fronte a me e sia per me è un’altro impagabile dono.
Il paradosso continua, si allarga e si ipertende se si pensa al fatto che l’impagabilità di tale debito è eterno e si estende all’infinito per il fatto che non è semplicemente contratto una volta per tutte ma continua istante per istante: creatio continua. Questo debito è eternamente e infinitamente contratto con il donatore dell’essere. Il debito sorpassa qualsiasi tentativo di sdebitarsi, è anticipato e trasceso infinitamente prima: è originario, originante, posto ogni istante all’origine della possibilità della coscienza del debito e di ogni tentativo di ripagarlo. Proprio per questo motivo il modo più autentico di “ripagare” il debito contratto ogni istante con Dio consiste nella gratitudine del dono ricevuto, gratitudine che si realizza nel dono grato di ciò che ci viene donato. Ogni istante si aggiunge al precedente dall’origine e si accumula istante dopo istante così da rendere ridicolo ogni tentativo di affermare la propria superiorità, l’orgoglio egoistico dell’essere sé stessi, l’affermazione della propria volontà e della propria esistenza, quando di “proprio” ci sarebbe ben poco: siamo nostri in quanto ricevuti, siamo nostri perché donati a noi stessi. Essere sé stessi è un essere ricevuti in quanto donati eternamente a sé stessi, siamo nostri perché Suoi.

È un dono impossibile da sdebitare. Se ci si potesse sdebitare, ci si slegherebbe dalla fonte della relazione, si smetterebbe di rapportarsi, di conoscersi reciprocamente e di conoscere sé e l’altro, cioè di donarsi l’un l’altro, cioè di ringraziarsi. Ma questo è impossibile. Un qualsiasi tentativo di strapparsi violentemente di dosso questo debito si tradurrebbe inevitabilmente nell’indifferenza reciproca. Alla fine diverrebbe realtà nell’odio e nella nullificazione di sé, sarebbe un andar verso il nulla che sarei da me stesso e abbandonato a me stesso.
Esso è al contrario un debito che eternamente ci troveremo a pagare, nei confronti del quale essere eternamente grati.

Il tentativo di pagare eternamente il debito nei confronti dell’esserci, altro non consiste che nel dono grato della propria medesima esistenza, ed è un debito che permette la perfetta letizia e la gioia piena.

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