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“ Fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza” (Dante Inferno, XXVI, 119-120)

“Nell’esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io-Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito. L’elemento personale a cui in ultima analisi intende l’amore e che rappresenta ciò che di più alto c’è fra le realtà che il mondo abbraccia, penetra e determina ogni altra forma: spazio e paesaggio, pietre, alberi, animali”
Romano GuardiniEssenza del Cristianesimo

Le mie “illluminazioni”, anche poetiche, accadono sempre per dei fatti della realtà che aprono il cuore ad una comprensione  più profonda e più vasta. Infatti, recentemente mia moglie ed io siamo andati a far visita a mio figlio monaco benedettino di clausura, secondo l’antica Regola di San Benedetto.  La loro “clausura” non comporta grate e divieti di altri tempi, ma una vita molto essenziale segnata dalla preghiera, dal silenzio e dal lavoro. È normale che i genitori facciano resistenza alle regole di questa essenzialità; quattro visite in un anno per quattro ore, poche telefonate, impossibilità di comunicare tramite cellulare o internet, comunicazione attraverso lettere, impossibilità per mio figlio (come per tutti gli altri monaci) di venire in famiglia per particolari avvenimenti (matrimonio dei fratelli, battesimo della nipotina, funerale dei nonni, Pasqua e Natale), dipendere dal permesso dei superiori per le nostre  visite.  Sono sei anni che mio figlio è monaco. Sei anni di fatica e di lotte verbali e tramite lettere per questa “espropriazione” di un figlio che rimarrà tuo per l’eternità, ma che contemporaneamente non ti appartiene più. La sua famiglia adesso sono gli altri fratelli monaci. Nell’ultima visita abbiamo toccato con mano la serenità, la libertà, la  felicità di nostro figlio e allora tutte le resistenze di noi genitori si sono sciolte. Tornando a casa per la prima  volta sereni. Cosa è accaduto?

L’evidenza dello sguardo felice di nostro figlio ha spazzato via tutte le riserve e ci ha messo in condizione di fidarci senza riserve, di immedesimarci in quello stile di vita (che  forse mai capiremo sino in fondo)  dove fisicamente intravedevamo un bene che abbracciava mio  figlio, i suoi fratelli monaci e noi stessi. Ci siamo fidati in una conoscenza amorosa, oltre le diffidenze. Ecco lo spunto per questa riflessione sulla dimensione sposale della conoscenza.

Noi tutti oggi siamo immersi, chi più  chi meno, in un clima culturale che vede nella conoscenza un bagaglio di nozioni più o meno elaborate e complesse. Per non parlare poi del paradosso che, mentre le nuove tecnologie e i social facilitano ed aumentano la comunicazione, di fatto aumenta la solitudine dell’individuo di fronte alle domande del cuore o agli interrogativi drammatici che la vita pone.

La stessa definizione di San Tommaso d’Aquino che individua nella conoscenza “adequatio rei et intellectus” (corrispondenza tra realtà ed intelletto) non rende pienamente ragione, soprattutto agli uomini di oggi, della complessità che la  conoscenza porta con sé.

Don Luigi Giussani, nella formulazione del suo pensiero educativo e filosofico, ha utilizzato spesso questa definizione tomista, con il merito di aver sviluppato una educazione alla razionalità, adesione amorosa della persona alla corrispondenza tra razionalità ed esigenze insostituibili del cuore umano. Ha sviluppato nel suo pensiero una ricomposizione del nesso fede e ragione (superando una opposizione data  per scontata), per rendere più personale la razionalità della fede.

In maniera sintetica sto cercando di sviluppare un aspetto della conoscenza più empatico, poetico, carnale, riandando al concetto di conoscenza presso la cultura ebraica e quindi nei libri sacri.

La lingua ebraica arcaica è povera e semplice. Utilizza una stessa parola con significati più estesi o meno, ma rimanendo fedele al significato generato della parola stessa.

“Il termine semitico jadac (“Conoscere” jadac) nel linguaggio biblico, non significa soltanto una conoscenza meramente intellettuale, ma anche esperienza concreta, come ad esempio l’esperienza della sofferenza [cf. Is 53,3], del peccato [Sap 3,13], della guerra e della pace [Gdc 3,1; Is 59,8]. Da questa esperienza scaturisce anche il giudizio morale: “conoscenza del bene e del male” [Gen2,9-17]. La “conoscenza” entra nel campo dei rapporti interpersonali, quando riguarda la solidarietà di famiglia [Dt 33,9]e specialmente i rapporti coniugali. Proprio in riferimento all’atto coniugale, il termine sottolinea la paternità di illustri personaggi e l’origine della loro prole [cf. Gen 4,1.25.17; 1 Sam 1,19], come dati validi per la genealogia, a cui la tradizione dei sacerdoti [ereditari in Israele] dava grande importanza. La “conoscenza” poteva però significare anche tutti gli altri rapporti sessuali, persino quelli illeciti [cf. Nm 31,17; Gen 19,5; Gdc 19,22]. Nella forma negativa, il verbo denota l’astensione dai rapporti sessuali, specialmente se si tratta di vergini [cf. ad es Re 2,4; Gdc 11,39].

In questo campo, il Nuovo Testamento usa due ebraismi, parlando di Giuseppe [Mt 1,25] e di Maria [Lc 1,34]. Un significato particolare acquista l’aspetto della relazione esistenziale della “conoscenza”, quando suo soggetto o oggetto è Dio stesso [ad esSal 139; Ger 31,34; Os 2,22; e anche Gv 14,7-9; 17,3]). Si può vedere in ciò un segno di povertà della lingua arcaica, alla quale mancavano varie espressioni per definire fatti differenziati. Nondimeno, resta significativo che la situazione, in cui marito e moglie si uniscono così intimamente tra loro da formare “una sola carne”, sia stata definita una “conoscenza”. In questo modo, infatti, dalla stessa povertà del linguaggio sembra emergere una specifica profondità di significato, derivante appunto da tutti i significati finora analizzati.” (San Giovanni Paolo II, Udienza generale Mercoledì, 5 Marzo 1980). 

Sinteticamente possiamo affermare che nella Bibbia e nella cultura semitica il “conoscere” sorpassa il sapere astratto ed esprime una relazione esistenziale, sino  a quella forma intimissima  di “conoscenza” nella  coniugalità.

Perché possiamo affermare che la conoscenza, nella sua essenza e profondità, è sponsale? Occorre riandare alle radici, all’inizio della creazione, secondo  il significato contenuto nei primi capitoli del libro della Genesi.

Anzitutto occorre evidenziare che il Dio della tradizione cristiana è Trinità, relazione amorosa, generante tra il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo che ne è generato. Tutto il rapporto tra Dio ed Israele è condensato nell’immagine di un rapporto amoroso tra sposo e sposa nei profeti, soprattutto nel libro di Osea. L’elenco dei libri canonici del Vecchio Testamento si chiude con il Cantico dei Cantici, poema amoroso ed erotico, riconosciuto libro sacro per il suo alto valore di rimando all’amore tra Dio e la sua sposa (l’umanità). Tutti i libri sacri del Nuovo e Vecchio Testamento hanno il  sigillo del libro dell’Apocalisse, nelle nozze dell’Agnello con la Sua Sposa: “Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello”. L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino.” ( Apocalissi 21, 9-11). E ancora: Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il “Dio-con-loro”.E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate” (Apocalisse 21, 1-4).  Una festa di nozze!

Tutta la creazione, tutto l’universo porta l’impronta trinitaria, ternaria del Creatore. Per l’uomo ciò è detto espressamente: “E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra” (Genesi 1, 26-28) L’uomo e la donna sono creati con una immagine trinitaria: creature che non si danno la vita, in relazione/compagnia generativa, per possedere e ri-conoscere la realtà.

“Il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche” (Genesi 1, 19-20).

Dare e chiamare per nome è il primo atto di conoscenza.

Don Luigi Giussani ha sempre  sottolineato che l’uomo è quel punto dell’universo che ri-conoscendo la realtà, in certo qual modo la  richiama all’esistenza. Perché niente ha  valore se non c’è qualcuno che ri-conosca.

Della Trinità l’uomo porta con sé, nella sua creaturalità, l’armonia (non opposizione) di essere diverso e ben definito nella sua identità, ma contemporaneamente “bisognoso” di conoscenza amorosa, che tende all’unità senza cancellare la diversa identità.

Tutta la creazione porta il segno, la ferita del peccato d’origine, un peccato di eccesso desiderio di conoscenza, che travalicava il confine imposto (la conoscenza del bene e del male) per desiderare scioccamente di essere uguali (non simili) a Colui che li aveva creati. (Genesi 2, 16; 3, 1-7 Il peccato e la morte sono entrati nella storia dell’uomo, in certo modo attraverso il cuore stesso di quell’unità, che dal “principio” era formata dall’uomo e dalla donna, creati e chiamati a diventare “una sola carne” (Gen 2,24).

Per rendersi conto degli effetti della colpa originale sulla conoscenza basti pensare a tutta la sperimentazione genetica, alle frontiere ricercate da  parte della scienza per arrivare con un delirio di onnipotenza a possedere e creare in laboratorio l’origine della vita. Clonazione, utero in affitto, manipolazione genetica ci si impongono con la loro aberrante evidenza e con i possibili scenari di una umanità robot. Senza parlare poi come la scienza sia arrivata già alla produzione di armi di distruzione di massa.

È possibile di fronte a tali scenari poter parlare ancora di conoscenza sposale? Io penso di sì, è l’unica via di uscita. Tutta la violenza e manipolazione possibile ( come è avvenuto nei campi di sterminio nazisti, nei gulag sovietici, nelle prigioni del socialismo reale, nella manipolazione delle coscienze dentro una apparente libertà e stato di diritto delle democrazie occidentali) non hanno potuto cancellare il cuore e la libertà ( ne abbiamo avuto testimoni uomini e donne vivi e  liberi nonostante la privazione della libertà e dei diritti umani per decenni); il cuore e la libertà rimangono questa risorsa di resistenza e conoscenza sponsale.

L’uomo conosce aprendo i propri occhi e il proprio cuore, senza pregiudizi, senza la paura che la realtà, l’altro sia un nemico o un pericolo.  Sant’Agostino scriveva: “« Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas. « Non uscire da te stesso, rientra in te: nell’intimo dell’uomo risiede la verità. » ( De vera religione), Questa affermazione, che sembra in contraddizione con l’aprirsi alla realtà, richiama, contro un empirismo ad oltranza, che la conoscenza è sempre un aprirsi del cuore ed un rientrare nella propria identità per paragonare tutto con le esigenze del proprio cuore.

Una conoscenza sponsale, come nella unione coniugale, non calcola, non misura, non fa il bilancio di rischi e benefici come in una impresa, ma riconosce l’altro come un bene per sè, di cui ha bisogno per arricchirsi, a cui apre la propria conoscenza e si dona. Molto diverso dal modo in cui oggi la conoscenza e la sessualità, soprattutto da parte di quelle  donne segnate dalla ideologia femminista, la donazione sessuale  viene vissuta come merce di scambio o soddisfazione di un desiderio passeggero, senza alcuna conoscenza.

La conoscenza sponsale supera il pregiudizio presente dagli inizi della creazione e abilmente suggerito dal serpente alla donna  (Genesi 3, 5). Pregiudizio che scatta abitualmente nei confronti della realtà, sempre più positiva di quanto immaginiamo. Non c’è vera conoscenza senza superare il paraocchi del pregiudizio.

La conoscenza sponsale, senza annullare l’identità del singolo, tende ad essere generativa, come nella sponsalità coniugale. Non c’è creazione artistica, musicale, figurativa, scientifica, politica senza un aggancio a tutto ciò che ha preceduto e che vive attorno. Il genio non è un prodotto di laboratorio, in vitro. Egli utilizza un particolare  dono ed eccelle, come improvvisa sorgente, solo in relazione, comunicazione a tutto ciò che l’ha preceduto e che lo circonda. E’ come voler arrivare al quinto piano facendo a meno o demolendo le scale che vi conducono.

La conoscenza sponsale è obbediente. Obbedire deriva dal  latino oboedire, composto dalle parole ob audire. ascoltare. Uno dei problemi fondamentali della vita, nel bene e nel male, è la difficoltà per gli individui adulti ad obbedire. Oggi sempre più, come se si trattasse di abdicare ad una fetta dei nostri diritti. L’antropologia cristiana, tramite la sapiente e concreta teologia paolina ci offre un metro di paragone alternativo.

  “Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo.  Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei,per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunchè di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa,poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!”
Efesini 5, 21-32

E’ solo ri-conoscendo, in una adesione amorosa, le radici, l’inizio del proprio significato, non accontentandosi dell’impulso immediato, che è possibile sempre una nuova e duratura conoscenza.

La conoscenza sponsale porta sempre dentro di sé la nostalgia, il senso dell’incompiutezza, dell’infinito.

L’estasi della coniugalità sessuale è una meteora, un attimo, il presentimento di una pienezza di felicità e donazione, non è la forma stabile della coniugalità, che si declina in una varietà e molteplicità di gesti. Ha sempre come segno che permane una nostalgia, uno svuotamento, lo stesso che molti mistici descrivono, una estraniazione. E’ il segno che ci portiamo impresso nella carne. Per ritornare nuovamente a desiderare.

Così lo è della conoscenza amorosa. Mai fine a se stessa. Sempre affamata e desiderosa di conoscenza, sempre nostalgica e come un bicchiere vuoto che attende di essere riempito.

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