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Lamentiamo la dittatura, noi che siamo liberi per legge, in tutti i paesi meno fortunati del nostro, e forse facciamo molto bene. La nostra democrazia ci garantisce libertà di pensiero e di esprimerci, entro certi limiti; la nostra democrazia però non protegge integralmente la nostra libertà, soprattutto quando si parla di pensiero. La faccenda è sotto gli occhi di tutti, e credo che tutti ne abbiano per lo meno una volta sperimentato le conseguenze fidandosi di una notizia falsa ma molto verosimile trovata sul web. In questo sbagliano anche i giornali, figuriamoci gli uomini che sono sentimentali e passionali. Ma forse si può dire di più: puntando su questo sentimentalismo, sulla lagrimuccia pronta sui nostri occhi in cui si riflette il nostro compiacimento di noi stessi e della nostra particolare sensibilità, si può facilmente vanificare la potenza del nostro libero arbitrio. La libertà per fondarsi ha infatti bisogno di una base conoscitiva su cui fondare le proprie scelte, ma se, annebbiando gli occhi con immagini e parole strappalacrime, questa base viene indebolita e spezzata, che cosa resterà dell’edificio?

Questa non è una dittatura, né una propaganda, inferiore a quelle dei secoli passati, anche se ha deciso di rivolgere verso di noi il suo volto umano e puntare quello diabolico e terribile verso gente che non si può difendere e facendolo in segreto. Lasciando da parte tutte le polemiche su Aleppo, con le menzogne che vengono dette da una parte e dall’altra, mi limito a far notare una cosa: in Myanmar, in una remota zona montagnosa, si sta consumando un vero genocidio, portato avanti dal governo contro una minuscola minoranza etnica, ma a nessuno ne importa nulla, perché non abbiamo foto, né youtuber, né attivisti vari che ne postano immagini di sangue e terrore, e forse perché il Myanmar ha un governo che ora è internazionalmente considerato buono e dunque si è molto più propensi a lasciar correre su di una cosa del genere…

Essere liberi vuol dire pensare liberamente e pensare liberamente vuol dire cercare la verità, non sottomettersi alla prima storia strappalacrime; ma in questo non ci si può fidare dei media o dell’educazione che c’è stata impartita. Ognuno per sé deve trarre le sue conclusioni

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