“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia È piuttosto frequente, quando a Biella piove, scherzare dicendo: “Strano, non succede mai a Biella!”. Il biellese non è infatti famoso per il sole e il caldo (e come potrebbe esserlo un luogo che attorno non ha altro che montagne?), tanto meno se si considerano le stagioni più fredde, cioè l’autunno e l’inverno. Questa cosa viene naturalmente percepita come uno svantaggio, una scocciatura tremenda, senza contare il fatto che spesso si viene colpiti dai rovesci proprio quando si vorrebbe tutto tranne che una lavata, quando cioè si organizzano domeniche in montagna o al lago e si desidererebbe essere baciati dal sole e non dall’acqua. Io però mi sento in dovere di spezzare una lancia in favore della pioggia, cioè di quella cosa che costituisce l’unica valida alternativa alla doccia domestica, senza il disdicevole fine dell’igiene personale. Trovo difatti che la pioggia abbia più vantaggi che svantaggi, tutto considerato. Innanzitutto ci costringe a sottostare ad una autorità superiore totalmente fuori dal nostro controllo, che la si voglia chiamare Dio, Madre Natura o Caso, il che è in ogni senso possibile un bagno di umiltà. In secondo luogo, non ci si sofferma mai abbastanza sull’enorme piacere che si prova a tornare a casa fradici e mettersi di fronte ad una stufa calda per asciugarsi, magari con un bel tè caldo e un paio di torcetti. Infine, io percepisco la pioggia come una vera e propria doccia naturale, una pulizia celeste. Quando piove, mi sento sì bagnato e talvolta infreddolito (il che è raro, data la mia natura bollente), ma nel contempo mi sento anche pulito, purificato, come se quel maltempo fosse mandato apposta per mondarmi da ogni sozzura, come se fosse il momento non di pulire il mio corpo, bensì la mia anima. La pioggia, in definitiva, non è il grande male che si suol sempre dire. Anzi. Dio benedica la pioggia e (so che correrò il rischio di essere linciato pubblicamente) ne mandi sempre in abbondanza.