“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia Le intuizioni più geniali arrivano per caso, ammesso che si possa essere così superstiziosi da credere al caso. Voglio dire che non è mai un ragionamento dispiegato a tavolino a donarci quelle idee che si accendono  luminose come lampadine in un seminterrato, ma bensì una semplice e, per così dire, passiva apertura all’esterno (certo, non c’è nulla di passivo nel ghepardo che si apposta dietro ad un cespuglio, pronto a balzare sulla preda; chiedo però di concedermi questa eresia per consentirmi di rendere meglio l’idea). Il lavoro della ragione non consiste cioè nell’inventare, ma nell’accogliere e nel rielaborare. La peculiarità del pensiero non è creare dal nulla, ma fare proprio ciò che già esiste, cioè conquistare, parafrasando il mio amico Chesterton, nuove province. A tal proposito, una provincia decisamente ricca io l’ho conquistata grazie ad un’alleanza con un amico che all’anagrafe risponde al nome di Giuseppe, ma che è meglio conosciuto come il Mi della sua Uaif. In tutta onestà, non credo che Giuseppe alias Mi sia consapevole di questo trattato, sottoscritto senza di lui, ma doveva pur aspettarsi che qualcuno venisse traviato da quel bizzarro libro dal titolo “Lettere a una moglie”, che raccoglie una lunga serie di cattivi consigli e oscure esperienze. Ad ogni modo, tra i vari deliri, il Mi riporta una particolare scoperta che ha fatto su Youtube (io su Youtube guardo quasi solamente risse per strada e trailer cinematografici, per questo debbo spesso affidarmi ad altri per capire cosa fare della mia vita), cioè che ogni male, ogni peccato è la perversione di qualcosa di buono. “Al principio di tutto c’è un amore sbagliato verso sé stessi, che porta invece ad andare contro sé stessi. L’amore corretto verso sé stessi è accettare di essere un dono di Dio per gli altri”, dice il Mi. Non un rapporto univoco, in cui io sono il dio e l’altro è il fedele o viceversa, né una sottomissione di una delle due parti in un malsano senso di sacrificio fine a sé stesso o, peggio ancora, volto a raccogliere lodi e gratitudine: amare è letteralmente impacchettarsi e consegnarsi all’altro, dire: “Eccomi, sono tutto tuo”. “Grazie a Youtube ho scoperto che devo amarmi in quanto dono”, prosegue Giuseppe alias Mi, “altrimenti è come se bestemmiassi Dio, perché è Dio che che mi ha fatto in un certo modo per gli altri. Amare gli altri significa fare di sé stessi un dono”, ed è qui che il mio cervello ha piantato la sua bandierina, su questa collinetta di buon senso cristiano. Consegneremmo mai un regalo rovinato e sgualcito alla persona che amiamo? Le daremmo mai qualcosa di riciclato o preso all’ultimo secondo in una bancarella “tutto a un euro”? E se non oseremmo mai mancare di rispetto in tal modo al nostro amore, perché mai dovremmo farlo in occasione del dono supremo, del regalo per eccellenza, cioè noi stessi? Amare è donarsi, questa è una sapienza su cui si basa tutto quanto, e questo il Mi lo ha ben compreso. E io, che sono fondamentalmente un ladro, gli ho rubato questa idea, così preziosa e sacra che spero d’essere compreso, non addirittura perdonato, per il mio delitto.