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MacbethAndBanquo-Witches

Mi dispiace dover introdurre così questo articolo, ma quello di Justin Kurzel è un pessimo Macbeth, privo di sostanza, di forza e totalmente  inutile per la catarsi, incapace di sostenersi da sé come storia ed allo stesso tempo di richiamare la grande tragedia.

Il problema più grave in questo film è la seriosità con cui viene affrontato l’intero dramma; il tragico non viene mai smosso o agitato da un lieve sorriso, fosse anche di cinico trionfo, di chi uccidendo e cospirando ottiene il potere oggetto della sua ambizione. I personaggi ne risultano appiattiti e inscialbiti, privati totalmente della loro profondità, della loro natura ultima. Questo influisce pesantemente sul ritmo narrativo, che viene a mancare del tutto; occorrerebbe per lo meno un alternarsi di bene e di male, di speranza e disperazione, di triste e di serio; oppure un intermezzo comico di quelli che sono la somma arte di Shakespeare nelle tragedie più nere; oppure ancora mostrare il lento precipitare di un’anima nell’oscurità, tramite stadi successivi di caduta; o anche usare l’ironia tragica che cela ai personaggi gli avvenimenti che il pubblico già conosce e li muove a compassione. Shakespeare nel suo Macbeth usa tutti questi espedienti. Ma qui sono tagliati via, insieme alla maggior parte dei dialoghi più interessanti, mentre le pochissime battute restanti sono rimescolate e pigiate insieme, a volte spostate prima o dopo, per ragioni non molto chiare. Mi ha colpito in maniera particolare la totale minimalizzazione delle streghe: nel dramma originale sono presentate come delle forze oscure inarrestabili, vendicative, ripugnanti alla vista (ricordo benissimo una battuta sulla loro barba…); sono delle creature da saltarello, che danzano e ridono malignamente, e preparano orribili pozioni per colpire gli uomini con il malocchio. A cosa le riduce Kurzel? A donne pallide, vestite di nero, prive di emozione e di personalità che lanciano moniti drammatici più che solenni e sono in qualche modo in contatto con i morti; guidano il destino come tre silenziose parche, senza avervi nessun interesse. Una triste atarassia le avvolge, come quella che, in una maniera totalmente incomprensibile per la mia mente limitata, colpisce uno dei personaggi più vivaci e coloriti del dramma, ovvero Lady Macbeth. Dovrebbe essere una donna intrigante e ambiziosa, in cerca di uno spazio per emergere e ottenere il massimo dell’onore e dello splendore e pronta a tutto per farlo; una donna pratica e sbrigativa, che non è disposta ad aspettare per ottenere quello che le è stato promesso, e che poi però non è in grado di reggere il peso delle sue azioni e si lascia morire in preda al rimorso.  Che cosa ne esce qui? La nostra Lady non  sembra desiderare nulla se non di uccidere il re; i suoi occhi non si socchiudono mai per l’ambizione, il suo viso non cambia mai dalla drammatica maschera di cera che sembra esserle colata addosso. Perfino la scena di gustosissima praticità e sbrigatività  femminile dei pugnali, animata da un sottointeso “Qua se non ci penso io…”, si riduce ad un breve passaggio, senza sguardi, senza espressività di alcun tipo, senza una vera caratterizzazione.

In generale, quasi tutto si può ricondurre a delle scelte narrative poco felici. Shakespeare usava la parola e qui la si vuole sostituire con l’immagine, ma il problema è che l’immagine non può riprodurre allo stesso modo della parola; per il concreto e per il mondo esterno è perfetta, ma per la mente e l’animo ha la necessità di ricorrere ad allegoria e metafora che sono terreni instabili e poco sicuri e non di rado poco univoci, soprattutto nella modernità priva di una mitologia condivisa.  Il risultato è, oltre ad alcune immagini totalmente incomprensibili (a esempio un paio di secondi di tramonto o alba non ben comprensibili nell’economia della narrazione), una rimescolanza poco chiara di modi di narrazione più moderni che vorrebbero aggiungere emozioni e più antichi (un esempio evidente la reazione di McDuff alla morte del re, prima affidata alle parole solenni, poi al vomito di disgusto…), che non riesce a sfondare il muro della superficialità perché non è in grado di affidarsi alle capacità degli attori, i quali vengono costretti a restare per lo più impassibili nella gravità tristezza, né alle parole che si perdono per i troppi tagli, né alla fotografia che, per quanto molto ben fatta, resta per lo più fine a sé stessa e incapace di comunicare.

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