•  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

In questi ultimi tempi c’è una realtà che mi si sta offrendo, che mi è permesso dunque di osservare, di soffermarmi a contemplare sempre di più e con crescente chiarezza: essa consiste nel fatto che non dobbiamo mai pensare di dover essere, di dover sforzarci di essere all’altezza di un dono. Esso in quanto è dono è gratuito, e perciò stesso impagabile e quindi inarrivabile e impossibile da poter ricambiare.
L’unico modo per ripagare autenticamente un dono, cioè il bene di un’altra persona, l’amore di un’altra persona, è quello di donare la propria povertà, la propria umiltà, la propria genuinità, la propria autenticità, il proprio cuore, senza forzature, senza preoccupazioni di sorta, ma lietamente, con gioia (il che non significa senza senso di sproporzione – che c’è tanto in chi veramente dona come anche in chi autenticamente riceve, perché qualunque dono, essendo personale, è immenso e prezioso in quanto chi dona si comunica e chi riceve accoglie la persona che le si comunica).
Ne siamo già capaci, abbiamo già questa capacità. Non si tratta di una particolare abilità ma di ricettività, di apertura, di possibilità di ospitalità. 
Riceviamo lietamente e solo allora, se lo vorremo, potremo ricambiare come solo noi sappiamo e possiamo e vogliamo ricambiare, con il dono semplice, autentico e perciò commovente del proprio cuore.
Il mio motto preferito è non a caso:

Pauperum sum ego,
Nihil habeo.
Cor meum dabo.

Commenti