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La sublime genialità della modernità è riuscita a creare eresie senza Dio; intendo correnti di pensiero eterodosse rispetto alla mentalità comune, dotate di una propria precisa visione del mondo,  altrettanto eterodossa, di una fede settaria ed elitarista nella loro dottrina a confronto di quella del resto del mondo e di una venerazione per dei guru esistenti o presunti, conosciuti o di cui si è letto qualcosa. Fin qui niente di particolare, potremmo dire; ci saranno pur sempre state delle correnti filosofiche atee che si discostano dalla nostra normale visione. Eppure c’è una particolare nota che a volte colora il tutto con i toni ridicoli della parodia di sé stessi: queste eresie non di rado fanno riferimento alla Bibbia come ad un’autorità. La modificano, la adattano alle loro necessità, ne prendono in considerazione solo le parti utili, eppure non possono fare a meno di citarla, non di rado nella sua più mera letteralità, che si tratti di un racconto mitico o di una frase disposta in un certo contesto, oppure di un precetto esplicito.

Ecco allora che si mostra quanto sia utile la tradizione dell’interpretazione che si affianca ad un libro sacro, così come tutta la tradizione che lo circonda, che è in realtà ciò che le da valore. Non c’è religione senza la storia della religione stessa, non esiste un testo sacro che non abbia una sua critica, per quanto divina possa essere la sua origine. Credere di saltare tutto questo a piè pari non è solo fare un torto alla religione, ma è un torto al testo stesso; sarebbe come leggere la Divina Commedia senza sapere nulla del Cristianesimo, della storia del 1200-1300, di Dante e della lingua che usava.

Senza questo non solo non si tiene conto di possibili opinioni intelligenti su un passo, ma anche del messaggio del testo stesso; se il nostro pensiero non viene messo in guardia dalla tradizione, noi cercheremo la storia dove c’è il mito, il precetto dove c’è l’apologo e così via.

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