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Nel centocinquantenario dell’Unità d’Italia tutti hanno cominciato a sentirsi molto italiani  (e sarebbe stata anche l’ora) e a lodare il loro paese; qualcuno ha perfino smesso di lamentarsi dei treni causando dei gravissimi scompensi nel karma ferroviario, che come tutti sanno è l’unico veramente attivo su questa Terra (cari appassionati di Fall-out, mi dispiace dovervi riportare a questa infelice realtà). La cosa però più interessante e quasi ridicola era che il sentirsi italiani corrispondeva a tutta una serie di cose che hanno molto poco a che fare con l’Italia vera; pizza e pasta continuavano a venire riproposte come l’unico cibo di cui ci nutriamo ed un tratto distintivo non solo agli stranieri ignoranti, ma prima di tutto  a noi stessi, che dovremmo conoscere la nostra cucina. Per una qualche grazia almeno il mandolino ci fu risparmiato e per una qualche altra strana ragione i discorsi sulla mafia si ridussero al minimo; ma si sa, i luoghi comuni vanno scelti con cura. La pizza la trovo anche a New York ed anzi, credo che sia consumata lì più che in tutta Italia; la pasta si trova in un qualsiasi ristorante italiano, pure se di italiano ha solo il nome, in giro per il mondo; le canzoni che venivano proposte come italiane non erano quelle che ascoltiamo con piacere quotidianamente e che ci insegnano a vivere, ma quelle che vi aspettereste di sentire in un qualsiasi locale che voglia far credere di avere a che fare con l’Esperia. Possibile che sia questa la nostra identità? Se io avessi desiderato richiamare ad uno straniero l’esistenza della mia nazione e fossi assai pigro e poco interessato a mostrare cosa sono, potrei ricorrere a queste trivialità, che non sarebbero poi tanto un vanto, per quanto possa essere sano l’olio d’oliva. Eppure erano questi i nostri vanti; dieta mediterranea, cibi tipici (molto generalizzati e imprecisi, perché siamo Italiani e non Veneti, Piemontesi, Siculi, Toscani et cetera).

Forse però esiste un modo diverso di percepire l’appartenenza… (continua…)

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