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In Sicilia si usa chiamarsi “Sangue mio” fra innamorati, con quel mieloso romanticismo mediterraneo che tanto spesso fa storcere il naso a noi nordici. Eppure, fin dalla prima volta che l’ho sentito dire, mi è piaciuto da morire, perché l’immagine che evoca è carnale, solida, quasi selvaggia ed allo stesso tempo alta e possente. Sui muri che trascorro camminando per le mie città abbondano infiniti “6 la mia vita” e qualche “vita mia”, che sono scialbi e astratti, nonché poco impegnativi; la parola vita è vaga ed imprecisa, assolutamente indefinita e quindi tristemente apoetica, se non addirittura impoetica. Certo, è dignitosa e in qualche modo più severa ed austera dello slancio siciliano, ma proprio per questa non vale nulla per quanto possa essere apprezzata e il suo suono possa cantare melodioso alle orecchie. Il sangue è crudo e terribile, ma mette subito in mostra una delle caratteristiche fondamentali dell’amore: amare è ferirsi, amare è morire, amare, anche senza sfiorarsi di lontano, è sangue.

 

Ecco il segno; s’innerva

sul muro che s’indora:

un frastaglio di palma

bruciato dai barbagli dell’aurora.

 

Il passo che proviene

dalla serra sì lieve,

non è felpato dalla neve, è ancora

tua vita, sangue tuo nelle mie vene.

Eugenio Montale, Mottetti

 

Non starò qui a dilungarmi sulle sdilinquaggini che i poeti hanno inventato (ma leggetele! Leggetele piuttosto che ascoltare Barbara D’Urso che commenta l’ultimo delitto passionale!), solo di molto le preferisco al realismo nudo e freddo di chi tratta l’amore come un investimento finanziario, chi non si affeziona veramente, chi non si lascia sciogliere dal suo feroce abbraccio.

Lo so, è pericoloso, ma esiste un’avventura in cui non ci sia pericolo grande? Esiste un’avventura in cui non ci sia un ideale a cui dedicarsi? E quanto meglio è un ideale che è carne e sangue?

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