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«Dividimi dalla mia anima, così ch’io veda
i peccati come ferite aperte, e l’impavido battito della vita
finché io possa salvare me stesso come farei
con uno sconosciuto per strada».

La spada della sorpresa
G.K. Chesterton

C’è forse una preghiera o un augurio rispetto a sé stessi più buono di questo?

Mostrami che i miei peccati sono ferite aperte (e non semplicemente leggi infrante od orrori irreparabili), mostrami l’integralità della mia esistenza persino nel male, mostrami il buono che il mio peccato perverte (il desiderio che sottende, il desiderio a cui cerca di dare risposta), mostrami che i miei peccati mi fanno crollare a terra, che mi sotterrano e lacerano ancor più le ferite sanguinanti della mia persona, mostrami che esse non possono guarire da sé stesse.

Mostrami che le mie ferite sono anche feritoie attraverso cui osservo la mia persona, che sono parte integrante della particolare feritoia da cui osservo e contemplo la vita e l’essere di ogni esistente.

Mostrami che esiste un modo redento di guardare a e attraverso questo io ferito, mostrami che esiste un modo redento di guardare a e attraverso la persona ferita che sono e di utilizzare la sensibilità che la mia storia ha prodotto in me.

Mostrami cioè che questo sguardo ricco di misericordia, che di solito ho con le altre persone, persino con gli sconosciuti, che io possa averlo anche sulla mia persona.

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