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“Are we all dust? What a beautiful thing dust is though.” “This round earth may be a soap-bubble, but it must be admitted that there are some pretty colours on it.” “What is the good of life, it is fleeting; what is the good of a cup of coffee, it is fleeting. Ha Ha Ha.”
G.K. Chesterton

La vita, le cose della vita, le parole di vita, le parole vive, le persone che compaiono nella nostra vita sono ineluttabilmente passeggere, di passaggio, fuggevoli, circostanti, occasionali, contingenti, poste sempre sul confine, sul limite, sul limitare dell’oltre da noi, del distacco da noi, dello strappo da noi…

Ora mi domando che cosa sia più difficile: amare e servire la loro comparsa, il loro esserci, il loro essere comparse davanti a noi, per noi, oppure maledire la precarietà della loro apparizione, del loro svelamento, la caducità, la contingenza e l’intrinseca fragilità della loro presenza che da un momento all’altro può non essere più per noi?

La vita fugge, è fuggevole, passa, è passeggera, it is fleeting. Prima di passare, di fuggire, sosta presso di noi.

Nell’atto del passare, del fuggire essa sosta, imprime in noi il segno della sua presenza e del suo passaggio.

Di fronte alla sua presenza, al suo sostare, al suo passare, al suo segno possiamo accoglierla, ospitarla, servirla, nella gioia e nel dolore, in un atto di dedizione misterioso, qualcosa di cui Dio serba il segreto ma che al tempo stesso è più grande della gioia e del dolore, oppure maledire la sua fuggevolezza, la sua caducità, la sua manchevolezza.

Che cosa è più commisurato alla dimensione propria del nostro cuore? Amare e servire e perciò vivere oppure odiare, strappare, morire?

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